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Il decreto Romani non può fermare Youtube

Analisi

Il decreto Romani non può fermare Youtube

Termini analoghi, ma con senso diverso per la televisione ed internet, collidono nella direttiva “Servizi media audiovisivi”. Il fulcro è nel “Principio dello Stato di origine”. A colloquio con Eugenio Prosperetti, avvocato, esperto in diritto dei nuovi media.

Leo Sorge

08 Giugno 2010

Ma Romani può fermare Youtube in Italia?
Dopo l'approvazione definitiva non se ne parla più come prima, ma la domanda resta dormiente. E' sempre bene anticipare eventuali questioni, per cui abbiamo posto la domanda a chi aveva già provato a rispondere.
“Il decreto Romani non sembra autorizzare lo stop di Youtube”, sorride Eugenio Prosperetti, avvocato esperto in diritto dei nuovi media .
Una cosa del genere è già stata fatta per scommesse e partite in diretta, ma sono servizi diversi. “Per bloccare un servizio serve, oltre all'accoppiata palinsesto/audience di massa, anche una sede in Italia, con dipendenti in Italia e management che qui prende decisioni attive su infrastruttura residente in Italia. E comunque è impossibile definire in modo univoco l'attività di una Youtube come video on demand".

Lo Stato di origine
Giuridicamente parlando, il fulcro della situazione è il "Principio dello Stato di origine", che in soldoni assegna la responsabilità al luogo in cui vengono prese le decisioni editoriali o dove c'è una presenza stabile che attua le decisioni in quello Stato. “Se l'Italia ritiene di essere offesa da un servizio media audiovisivo" erogato nei suoi confini”, continua Prosperetti, “può agire direttamente solo se le decisioni editoriali sono prese nei suoi confini nazionali”. In caso contrario sarà necessario coinvolgere la Commissione europea, “che poi deciderà se dare eventuale seguito alla segnalazione”. E rispetto a ciò che normalmente si crede, attenzione: “l'ubicazione dei server non conta niente”. Per il video on demand la decisione editoriale è la composizione della library; per il video lineare, la composizione del palinsesto.

Televisione, non Internet
C'è insomma una gran confusione di termini. E' possibile identificarne la scaturigine? Pare di sì.
“Su internet si è sempre lavorato dal punto di vista delle telecomunicazioni, quindi su soggetti che operano sull'infrastruttura. Le norme televisive erano invece altre, un argomento specifico, dedicato ai soli addetti e quindi poco note in qualsiasi altro settore, Internet compreso.
“Ora con la direttiva europea Servizi media audiovisivi e la relativa normativa si introducono per internet delle terminologie di tipo televisivo, che si confondono facilmente con i termini della normativa strettamente delle telecomunicazioni”.
Parole simili, quando non identiche, ma con significati diversi. “Spesso il mondo internet ha reagito d'impulso, a volte senza poter capire appieno il problema”, sostiene Prosperetti, in questo momento calato nel ruolo di professore a contratto di IT Business Models.
“Queste norme, compreso il decreto Romani, sono norme televisive, non per Internet”.
Quello che prima si chiamava canale ora diventa "servizio media audiovisivo lineare", e indica una trasmissione basata su un palinsesto, trasmesso su qualunque tecnologia.
“Per essere coperto dal Romani deve essere pur sempre televisione, dunque adatto ad un pubblico davvero di massa”, taglia corto l'avvocato.
Come conseguenza diretta su Youtube e sui suoi video, lo user-generated content, come qualsiasi trasmissione "non di massa", è fuori dall'applicazione del decreto.
La norma guarda anche alla fruizione non lineare. Anche in questo caso il nuovo servizio dev'essere sempre televisivo e di massa, proposto in alternativa al classico servizio di massa proposto dalle TV nazionali, altrimenti il “Romani” non si applica.
Rispetto alla classica televisione, il video on demand è regolato da altri principi, con diverse percentuali e tipi di pubblicità classica, orari e promozione di altre caratteristiche. Oggi, proprio con questo decreto, in Italia sono permessi anche il product e brand placement.
Il peer-to-peer, per sua natura, segue un altro percorso tecnico ed emotivo e quindi va affrontato in modo diverso.

Diritto d'autore: non c'è blocco
Un altro punto dolente è la gestione dei diritti, un argomento sul quale AgCom ha fatto un'indagine conoscitiva. “L'indagine sembra andare verso un superamento dei sistemi di blocco tecnologico”, spiega Prosperetti, “che crea lacci ed è comunque aggirabile per uso fraudolento, e va verso la ricerca di soluzioni strutturali che incentivino comportamenti positivi”, ad esempio sistemi ufficiali per la fruizione di contenuti.
“Tutti i problemi derivanti dal diritto d'autore, con il permesso esplicito di qualsiasi persona, riguardano comunque i programmi nel palinsesto di un'emittente televisiva autorizzata, quindi tutto ciò che nasce fuori da questo contesto è fuori dal decreto Romani”.

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